scovato #2
Quando nel 1955 apparve Metello più di qualche critico rilevò il debito di Vasco Pratolini verso la tradizione del neorealismo cinematografico, sicché l’appuntamento del libro con lo schermo apparve subito inevitabile. Stranamente l’evento si compie con un certo ritardo e a cura di un traduttore per immagini, Mauro Bolognini, legato a un gusto neocalligrafico piuttosto che alla poetica del dopoguerra. Ne risulta un romanzo sceneggiato di impeccabile nitore figurativo, ritagliato sulla memoria di una Firenze a cavallo del secolo miracolosamente ritrovata. Se il libro era un tentativo di tornare al romanzo di tipo popolare, al racconto ciclico, a Victor Hugo, il film ne rispecchia la struttura con sintetica fedeltà. Tra i due filoni che s’intrecciano nelle pagine di Pratolini, l’educazione sentimentale e la presa di coscienza politica del personaggio, Bolognini è più portato a interessarsi dei moti del cuore: eppure la sequenza memorabile è quella della carica contro il funerale con le bandiere rosse e nere. Qui si sentono la tensione e il furore della repressione umbertina e lo sforzo che fece l’Italia a diventare un paese moderno. In altre situazioni il film scivola nel descrittivo e rivela qualche indecisione piacevole a vedersi ma un po’ inerte, proprio come il Metello di Massimo Ranieri.
Da Tullio Kezich, Il Mille film. Dieci anni al cinema 1967-1977, Edizioni Il Formichiere
a Fra.
Chi non ha più di un istante di vita
non ha più nulla da nascondere.
Quinault, Atys
Del mio paese e della mia famiglia ho poco da dire. Una vita disordinata e gli anni mi hanno allontanato dall’uno ed estraniato dall’altra. La ricchezza ereditata mi ha consentito un’educazione fuori del comune e un’indole contemplativa mi ha messo in grado di dare ordine alle conoscenze che i primi studi diligentemente avevano accumulato. Erano soprattutto le opere dei moralisti tedeschi a procurarmi grande diletto; non per una sconsiderata ammirazione per la loro eloquente follia ma per la disinvoltura con cui la mia abitudine al pensiero rigoroso mi consentiva di svelarne le falsità. Sono stato spesso rimproverato per l’aridità del mio ingegno; la mancanza di immaginazione mi è stata imputata come un crimine; e il pirronismo delle mie opinioni mi ha reso famoso. In verità, un forte gusto per le scienze fisiche ha immerso, temo, la mia mente in un errore molto comune, in questo secolo – intendo la propensione a ricondurre gli eventi, persino quelli meno suscettibili di tale relazione, ai princìpi di questa scienza. In conclusione nessuno meno di me potrebbe essere soggetto a farsi deviare dai limiti severi della verità dagli ignes fatui della superstizione. Ho ritenuto opportuno fare innanzitutto questa premessa, perché il racconto incredibile che sto per narrare non sia considerato il delirio di una immaginazione immatura, ma l’esperienza positiva di una mente per la quale i sogni della fantasia sono sempre stati lettera morta e nullità.
Dopo molti anni passati in viaggi all’estero, nel 18... salpai dal porto di Batavia, nell’isola ricca e popolosa di Giava, per un viaggio verso le isole dell’Arcipelago, spinto solo da una nervosa inquietudine che mi dava la caccia come un demonio.
La nostra era una bella nave di circa 400 tonnellate, rinforzata in rame, e costruita a Bombay con teak del Malabar. Trasportava cotone grezzo e olio delle isole Laccadive. A bordo avevamo anche fibra di cocco, zucchero di palma, burro di bufala, noci di cocco e alcune casse di oppio. Lo stivaggio era stato fatto goffamente e, di conseguenza, la nave sbandava.
Prendemmo il largo con un venticello leggero, e per molti giorni costeggiammo le rive orientali di Giava, senza incidenti che interrompessero la monotonia del viaggio, se non l’incontro con alcune di quelle piccole imbarcazioni da pesca delle isole dell’Arcipelago verso il quale ci dirigevamo.
Una sera, appoggiato al parapetto di poppa, osservai, a nord-ovest, una nuvola isolata molto singolare. Colpiva il suo colore e il fatto che fosse la prima che incontravamo da che avevamo lasciato Batavia. La osservai attentamente fino al tramonto, quando si allargò all’improvviso verso est e verso ovest, cingendo l’orizzonte con una sottile striscia di vapore che sembrava il lungo profilo di una costa piatta. La mia attenzione fu subito dopo attratta dall’apparizione rosso-scura della Luna, e dall’aspetto strano del mare. Quest’ultimo stava cambiando in modo repentino e l’acqua sembrava trasparente come non mai. Sebbene potessi scorgere il fondo, gettando lo scandaglio, trovai che la nave navigava in acque profonde circa 50 metri. L’atmosfera si stava facendo intollerabilmente calda, satura di esalazioni che salivano a spirale simili a quelle che si sprigionano dal ferro surriscaldato. Giunta la notte, cadde ogni alito di vento, ed era impossibile anche solo concepire una calma più totale. La fiamma di una candela bruciava a poppa senza che se ne avvertisse la minima oscillazione, e un lungo capello, stretto tra l’indice e il pollice pendeva senza che se ne potesse percepire una vibrazione. Tuttavia, il capitano disse che non c’era nessun segnale di pericolo, e poiché andavamo alla deriva verso costa, ordinò d’ammainare le vele e gettare l’ancora. Non fu disposta alcuna vigilanza, e l’equipaggio composto in gran parte di malesi, si distese sul ponte, senza timori. Io scesi sotto coperta non senza un preciso presentimento di sciagura. In realtà tutte le apparenze mi confermavano il rischio di un simun. Palesai al capitano le mie paure, ma egli non mi ascoltò e mi lasciò senza degnarmi di una risposta. L’ansia, tuttavia, mi impediva di dormire e a mezzanotte circa risalii in coperta. Appena posai il piede sull’ultimo gradino della scaletta di bordo, fui colpito da un suono forte, ronzante, come quello di una macina da mulino, e, prima che potessi accertarne l’origine, mi accorsi che la nave vibrava al centro. Un istante, e un turbine di spuma, superando le murate, si abbatté su di noi e spazzò tutta la coperta da poppa a prua.
All’estrema violenza della raffica fu dovuta in larga misura la salvezza della nave che, sebbene completamente coperta dall’acqua e con l’alberatura spezzata, dopo un minuto, riemerse pesantemente dal mare, vacillò per un po’ per l’immensa pressione della tempesta e finalmente si raddrizzò.
Non so proprio dire per quale miracolo io sia sfuggito alla distruzione. Stordito dall’urto dell’acqua, mi ritrovai, quando rinvenni, incastrato tra il timone e il dritto di poppa. Con grande difficoltà mi rimisi in piedi e, ancora mezzo tramortito, mi guardai intorno; mi sembrò che fossimo ancora in mezzo ai frangenti, tanto temibile, al di là della più accesa immaginazione, era il vortice dell’oceano con onde spumose alte come montagne, nel quale eravamo precipitati. Dopo un po’ sentii la voce di un vecchio svedese che si era imbarcato con noi al momento di salpare. Lo chiamai a gran voce e subito mi raggiunse barcollando.
Ci rendemmo subito conto di essere gli unici due superstiti a bordo. Tutti quelli che erano in coperta, ad eccezione di noi due, erano stati spazzati fuori bordo; il capitano e i suoi secondi dovevano essere morti nel sonno, perché le cabine erano invase dall’acqua. Senza aiuto avevamo ben poco da fare per la sicurezza della nave e in un primo momento restammo paralizzati in attesa di finire da un momento all’altro in fondo al mare. Il cavo dell’ancora doveva essere stato spezzato come uno spago, al primo impatto con l’uragano, altrimenti saremmo andati immediatamente a picco. Filavamo via sul mare a velocità paurosa e le ondate passavano senza frangersi su di noi. La struttura di poppa era danneggiata in malo modo, ed anche in altre parti avevamo subito gravi avarie, ma, con nostro grande sollievo, trovammo che le pompe non erano ostruite e che la zavorra non si era molto spostata. Ora la furia della burrasca si era calmata alquanto e la violenza del vento non era molto pericolosa; ma eravamo preoccupati dal fatto che potesse cessare del tutto, ritenendo, a ragione, che nelle nostre disastrose condizioni, saremmo inevitabilmente periti nelle terribili onde di mare morto che ne sarebbero seguite. Tuttavia questo nostro timore non sembrava dovesse confermarsi in tempi troppo brevi. Per cinque giorni e cinque notti di seguito – in cui ci sostentammo unicamente con una piccola quantità di zucchero di palma recuperato con grande difficoltà dal castello di prua – la carcassa filò sulle onde ad una velocità che sfidava ogni calcolo, spinti da folate di vento che, sebbene non raggiungessero più la violenza del simun erano tuttavia più terrificanti di qualsiasi tempesta che avessi mai incontrato prima. La nostra rotta, con insignificanti variazioni, si mantenne nei primi quattro giorni da sud-est e da sud; saremmo dovuti finire sulle coste della Nuova Olanda. Al quinto giorno il freddo divenne estremo, nonostante il vento avesse ruotato di una quarta in direzione nord. Sorse il sole, diffondendo una luce giallastra, malata, salì di pochi gradi all’orizzonte senza mai divenire realmente luminoso. Non si vedevano nuvole, ma il vento cresceva, soffiando con furia a raffiche ineguali. Approssimativamente a mezzogiorno (secondo le nostre stime), la nostra attenzione fu di nuovo attirata dall’aspetto del sole. Non emetteva una luce propriamente detta, ma una opaca, smorta luminescenza che non dava riflessi, come se si trattasse di raggi di luce interamente polarizzata. Prima di affondare nel mare rigonfio il suo fuoco centrale improvvisamente si spense, come se fosse stato estinto da un qualche ignoto potere. Era un opaco disco d’argento soltanto, quando si tuffò nell’abisso dell’oceano.
Attendemmo invano l’arrivo del sesto giorno – quel giorno che non è ancora arrivato per me e non è mai arrivato per lo svedese. Da quel momento fummo avvolti da un’oscurità di pece, tale da non poter vedere un oggetto a venti passi di distanza dalla nave. Una notte eterna continuò ad avvilupparci, senza nemmeno quella luce fosforescente a cui i mari tropicali ci avevano abituati. Notammo ancora che, sebbene la tempesta continuasse ad infuriare con immutata violenza, non si poteva scorgere alcuna traccia dei marosi o della schiuma che ci avevano accompagnato fino ad allora. Tutt’intorno era orrore, buio fitto; un nero opprimente deserto di ebano. Un terrore superstizioso si introdusse gradualmente nell’animo del vecchio svedese, ed anche la mia anima cadde in preda a un silenzioso sbigottimento. Non ci preoccupammo più della nave, ormai peggio che inutilizzabile, e assicurandoci alla meglio alla base dell’albero di mezzana osservavamo con amarezza il vasto oceano. Non avevamo nessun mezzo per calcolare il tempo, né potevamo farci un’idea della nostra posizione. Eravamo, tuttavia, ben convinti di aver fatto molto più cammino verso il sud di quanto ne avessero fatto precedentemente altri navigatori ed eravamo molto sorpresi di non incontrare il consueto sbarramento dei ghiacci. Intanto ogni momento sembrava dovesse essere l’ultimo; ogni ondata, alta come una montagna, sembrava dovesse sommergerci. Le onde gigantesche sorpassavano ogni mia immaginazione, ed il non essere sommersi a ogni istante sembrava un miracolo. Il mio compagno parlava della leggerezza del carico e mi ricordava le eccellenti qualità della nave. Ma io non potevo evitare di sentire l’estrema disperazione della stessa speranza e mi preparavo tetramente a una morte che pensavo nulla avrebbe potuto differire più di un’ora perché a ogni nodo che la nave percorreva, le onde di quel mare nero e stupefacente diventavano sempre più lugubri e terrificanti. In certi momenti respiravamo a fatica, lanciati più in alto del volo degli albatros – in altri eravamo storditi dalla velocità del tuffo in un inferno liquido, dove l’aria stagnava e nessun suono disturbava i sonni del kraken.
Eravamo nel fondo di uno di questi abissi quando un improvviso grido del mio compagno ruppe, spaventato, il silenzio della notte. "Guardi! Guardi!", mi gridò nell’orecchio, "Onnipotente Iddio! Guardi! Guardi!" Come ebbe parlato, mi accorsi di un cupo bagliore, una luce rossa che scendeva lungo le pareti del profondo baratro in cui eravamo, gettando una luce oscillante sul nostro ponte. Dirigendo lo sguardo verso l’alto, vidi uno spettacolo che mi gelò il sangue nelle vene. A una terrificante altezza, proprio sopra di noi, alla sommità del precipizio, era sospesa una nave gigantesca forse di quattromila tonnellate. Nonostante si trovasse alla sommità di un’onda cento volte più alta di lei, la sua mole appariva maggiore di quella di qualsiasi nave di linea o della Compagnia delle Indie Orientali. Il suo enorme scafo era di un nero opaco senza alcuno dei fregi che di solito si trovano sulle pareti delle navi. Una sola fila di cannoni di bronzo sporgeva dai portelli aperti, riflettendo dalle superfici lucidate i lumi di innumerevoli lanterne da combattimento che oscillavano sopra le manovre. Ma quello che principalmente ci ispirò orrore misto a sbigottimento, era il fatto che tutta la sua velatura fosse spiegata nonostante lo stato pauroso del mare e lo spaventoso uragano. Quando la scorgemmo la prima volta, si poteva vedere solo la sua prua che sorgeva lentamente dall’oscuro e orribile baratro di là da lei. Per un istante pieno di terrore, sostò al culmine dell’onda come in contemplazione della propria elevatezza, quindi fremette, vacillò e infine piombò in basso.
A quel punto, non so quale autocontrollo si insediò nel mio spirito. Spostandomi il più possibile verso poppa, attesi senza paura la rovina che stava per sommergerci. La nostra nave aveva finito di lottare e stava per inabissarsi di prua nel mare. L’urto della massa che piombava su di noi ci colpì, quindi, in quella parte della struttura che era quasi sotto l’acqua ed il risultato inevitabile fu che mi trovai catapultato con inaudita violenza sulla nave sconosciuta.
Appena caddi, la nave virò in prua e cambiò mura e alle conseguenti confusioni attribuii il fatto che la mia presenza era sfuggita all’equipaggio. Senza difficoltà mi diressi, non visto, verso il boccaporto principale che era parzialmente aperto e ben presto trovai il modo di nascondermi nella stiva. Perché facessi così, non mi resta facile spiegarlo. L’indefinito senso di paura, che si era impadronito di me alla prima vista dell’equipaggio della nave, era forse alla base della mia ansia di nascondermi. Non volevo incontrarmi con una razza di persone che avevano offerto, alla prima rapida occhiata, tanti motivi di vaga sorpresa, dubbio ed apprensione. Pensai quindi di ricavarmi un nascondiglio appropriato nella stiva, rimuovendo una parte dell’assito della fiancata, in modo da assicurarmi un adeguato rifugio tra le grosse travi della nave.
Avevo appena terminato il lavoro quando un rumore di passi sulla stiva mi costrinse a servirmene. Un uomo passò vicino al mio nascondiglio con passo malsicuro e traballante. Non potei vederne la faccia, ma ebbi l’opportunità di osservare l’aspetto generale che era quello di qualcuno molto vecchio e malato. Le sue ginocchia si piegavano e tutto il suo corpo tremava sotto il peso degli anni. Borbottava tra sé, con voce bassa e rotta, alcune parole in una lingua che non comprendevo e si mise a frugare in un angolo in un mucchio di strumenti di aspetto singolare e di carte nautiche molto sciupate. Le sue maniere erano un misto della stizzosa infantilità senile e della solenne dignità di un Dio. Dopo un po’ risalì sul ponte e non lo vidi più.
Un sentimento senza nome ha preso possesso della mia anima – una sensazione che non ammette analisi, per la quale gli insegnamenti del passato sono inadeguati, e della quale il futuro stesso, temo, non mi darà la soluzione. Per una mente foggiata come la mia, questa constatazione è una sciagura. Non sarò mai soddisfatto, lo so, della natura delle mie idee. Per altro non mi sorprende che queste idee siano alquanto vaghe perché hanno origine da fatti assolutamente nuovi. Un nuovo senso, una nuova entità si è aggiunta alla mia anima.
E’ passato molto tempo da quando ho messo piede sulla tolda di questa terribile nave e i raggi del mio destino credo stiano convergendo sul loro fuoco. Uomini incomprensibili! Immersi in meditazioni di un genere che non sono in grado di decifrare mi passano vicino senza accorgersi di me. Nascondermi non ha ormai più alcun senso, perché questa gente non vuole vedermi. Poco fa sono passato proprio sotto gli occhi del comandante in seconda, e non è molto che sono entrato nella cabina del capitano per prendere del materiale per scrivere e ho scritto. Continuerò a tenere di tanto in tanto questo diario. E pur vero che non riesco a vedere come potrò trasmetterlo al mondo, ma cercherò di farlo. Alla fine chiuderò il messaggio in una bottiglia e lo getterò in mare.
E’ accaduto un incidente che mi ha dato nuova materia di meditazione. Queste cose sono l’opera di un caso incontrollato? Mi ero avventurato sul ponte e sdraiato, senza destare alcuna attenzione, tra un mucchio di cordami e vecchie tele, sul fondo di una scialuppa. Mentre riflettevo sulla singolarità della mia sorte, distrattamente mi sono messo a imbrattare con una spazzola intrisa di catrame gli orli di un coltellaccio piegato con cura, che giaceva accanto a me sopra un barile. Questa vela è ora stata issata sulla nave e quei segni tracciati senza pensarci su, si sono distesi nella scritta Discovery.
Ho recentemente fatto le mie osservazioni sulla struttura del vascello. Sebbene ben armato, non è, credo, una nave da guerra. Il tipo di costruzione, l’attrezzatura e in generale l’equipaggiamento non avvalorano tale supposizione. Posso capire facilmente che cosa esso non è. Non so come, ma quando osservo il suo strano modello, la singolare alberatura, la sua enorme mole e la sua potente velatura, la semplice prua e la poppa antiquata, mi traversa come un lampo nella mente la sensazione di cose familiari e sempre, mescolata a queste ombre di ricordi, una memoria di vecchie cronache straniere e di passati tempi lontani.
Ho osservato il materiale di cui è fatta la nave e non mi sembra di conoscerlo. C’è una caratteristica di tale materiale che mi colpisce, sembra non adatto allo scopo cui è stato destinato: mi riferisco alla sua eccessiva porosità, anche tenuto conto del lavoro dei tarli, inevitabile effetto della navigazione in questi mari, e dell’usura dovuta alla vetustà della nave. Sembrerà un’osservazione curiosa, ma questo legname ha tutte le caratteristiche della quercia spagnola, se questa quercia potesse essere dilatata con mezzi artificiali.
Leggendo la frase precedente mi viene in mente l’affermazione di un vecchio navigatore olandese, col viso segnato dalle intemperie. "E vero", soleva dire quando si sollevavano dubbi sulla veridicità delle sue affermazioni, "come è vero che c’è un mare dove la nave stessa cresce come il corpo vivo del marinaio."
Circa un’ora fa ho spinto la mia audacia fino a confondermi in mezzo a un gruppo di membri dell’equipaggio. Non mi hanno in alcun modo prestato attenzione anche se stavo proprio nel bel mezzo del gruppo, come se non si accorgessero di me. Come il primo che avevo visto nella stiva, recavano tutti i segni di una età tarda. Le loro ginocchia tremavano per la debolezza, le spalle erano curve per l’estrema vecchiaia, la pelle raggrinzita crepitava nel vento, le loro voci erano basse, tremule e rotte, gli occhi avevano la lacrima degli anni, e i loro capelli grigi erano scompigliati dalla tempesta. Attorno a loro, in ogni parte del ponte giacevano in disordine strumenti matematici della più strana e antiquata foggia.
Ho scritto qualche tempo fa che era stato issato un coltellaccio. Da allora la nave, spinta dal vento con tutto il suo furore, ha continuato la sua terrificante corsa verso sud, con tutte le vele spiegate, dal pomo d’albero ai pomi bassi delle vele di coltellaccio, tuffando ogni momento le estremità dei pennoni di parrocchetto, nel più spaventoso inferno d’acqua che mente umana possa immaginare. Ho lasciato il ponte perché mi sembra impossibile rimanervi in piedi, ma l’equipaggio non sembra soffrire il più piccolo disturbo. Mi sembra il miracolo dei miracoli che la nostra carcassa non venga subito inghiottita e per sempre. Siamo certo destinati per sempre a stare in equilibrio sul confine dell’eternità senza il tuffo definitivo nell’abisso. Con la destrezza di uno sfrecciante gabbiano, filiamo via da marosi mille volte più imponenti di quanti ne abbia mai visto. Ondate colossali alzano la loro cresta sopra di noi come demoni della profondità, demoni tuttavia costretti a semplici minacce, ai quali è proibito distruggerci. Debbo pensare che l’unica possibile causa naturale alla quale attribuire questa nostra ripetuta salvezza, sia l’effetto di una forte corrente o di un impetuoso flusso sottomarino.
Ho incontrato il capitano faccia a faccia nella sua cabina – ma, come mi aspettavo, non mi ha prestato alcuna attenzione. Sebbene nel suo aspetto un casuale osservatore non possa ritrovare qualcosa che lo distingua da un comune essere umano, tuttavia una sensazione di irreprimibile rispetto e timore si è mescolato a quella di meraviglia con cui lo stavo guardando. Ha press’a poco la mia statura, intorno al metro e settantacinque, una costituzione solida e armonica, ma non particolarmente robusta o per qualche aspetto rimarchevole. Quello che suscita in me un sentimento indicibile è, però, l’espressione del suo volto, che denota con impressionante evidenza la sua tarda età, così avanzata, così estrema. La sua fronte anche se non troppo rugosa, sembra portare lo stampo di migliaia di anni. I suoi capelli grigi sono testimonianza del passato, i suoi occhi ancora più grigi sono le sibille del futuro. Il pavimento era cosparso di strani in-folio tenuti assieme da fermagli di ferro, di consunti strumenti scientifici, di vecchissime carte nautiche, dimenticate da lungo tempo. Aveva la testa appoggiata alle mani e guardava con occhio fiammeggiante e inquieto un foglio che ritengo fosse un brevetto e che, in ogni caso, recava in calce la firma di un monarca. Mormorava tra sé – come il primo marinaio che avevo visto nella stiva – lentamente delle sillabe stizzose in una lingua sconosciuta. Sebbene fossimo gomito a gomito, la sua voce sembrava arrivare alle mie orecchie dalla distanza di un miglio.
La nave e tutte le cose sono impregnate dallo spirito del Passato. Gli uomini dell’equipaggio scivolano su e giù come fantasmi da secoli sepolti, i loro occhi hanno un’espressione aspra e inquieta e quando attraversano la mia strada alla luce tremula delle loro lanterne da combattimento, mi sento come mai prima d’ora, nonostante sia un esperto in antichità e abbia assorbito le ombre delle colonne crollate a Balbec, Tadmor e Persepoli, fino a far diventare una rovina anche la mia anima.
Quando mi guardo intorno mi vergogno delle mie precedenti paure. Se ho tremato per l’uragano che ci aveva prima accompagnato, non dovrei essere terrorizzato dalla furia di questo vento, per il quale i termini tornado e simun sono inadeguati? Tutto nelle immediate vicinanze della nave è oscurità della notte eterna e caos d’acqua senza schiuma, ma a distanza di una lega da ciascun lato, si possono vedere confusamente e a intervalli impressionanti pareti di ghiaccio, che torreggiano verso il cielo desolato, simili alle pareti dell’universo.
Come immaginavo, la nave è in una corrente – se così si può chiamare una marea – che, ululando sul bianco ghiaccio, si scatena verso sud con la velocità di una cateratta.
Rappresentarsi l’orrore delle mie sensazioni è, credo, impossibile, ma la curiosità di scoprire i misteri di queste regioni paurose, supera il mio spavento e mi riconcilierà anche con l’aspetto orrido della morte. E evidente che stiamo precipitando verso qualche eccitante conoscenza – un segreto da non rivelare mai a nessuno, il cui conseguimento significa la morte. Forse questa corrente ci porta direttamente al Polo Sud. Una supposizione apparentemente così inverosimile ha invece ogni probabilità di realizzarsi.
L’equipaggio si muove sulla tolda con passo irrequieto e tremante; ma sui volti c’è piuttosto una espressione di speranza impaziente che non di apatia rassegnata.
Intanto abbiamo il vento in poppa e poiché abbiamo una infinità di vele, lo scafo viene talvolta materialmente sollevato dal mare! Oh! Orrore sopra orrore! – II ghiaccio si spalanca verso destra e verso sinistra e noi ruotiamo vertiginosamente in immensi cerchi concentrici, tutto intorno ai margini di un gigantesco anfiteatro, le sommità delle cui pareti si perdono lontano nell’oscurità. Ma mi rimane ben poco tempo per riflettere sulla mia sorte! I cerchi si restringono rapidamente – ci stiamo precipitando a velocità pazzesca nella stretta del vortice e in mezzo a boati, ruggiti, tuoni dell’oceano e della tempesta la nave vibra tutta... e oh! Dio ...affonda!
Nota. "II manoscritto trovato in una bottiglia" è stato originariamente pubblicato nel 1831, solo parecchi anni dopo venni a conoscenza delle carte di Mercatore, nelle quali si rappresenta l’oceano che precipita, attraverso quattro bocche, nel Golfo Polare (settentrionale) per scomparire nelle viscere della terra; il Polo stesso è rappresentato come una roccia nera, torreggiante a un’altezza prodigiosa.
grazie a gattonero.org
per scaramanzia.
Per la narrazione stravagantissima eppure quanto mai domestica che sono sul punto di vergare, non mi aspetto né sollecito né fede. Pazzo sarei davvero ad aspettarmela, in un caso in cui i miei sensi stessi respingono la propria testimonianza. Eppure non sono un pazzo, e con ogni certezza non sogno. Ma domani muoio, e oggi vorrei togliermi dall'anima un gran peso.
Il mio scopo immediato è di mettere a conoscenza del mondo, in modo semplice e succinto, e senza commenti, una serie di puri avvenimenti casalinghi. Nelle conseguenze avute, questi avvenimenti mi hanno atterrito, torturato, distrutto. Ma non mi proverò a esporle. In me hanno destato non altro che orrore; a molti parranno meno terribili dei grotteschi da baraccone. D'ora in poi, forse, si troverà qualche intelletto più calmo, più logico e assai meno eccitabile del mio, che nelle circostanze da me specificate con tanta paura non vedrà nulla di più di un'ordinaria successione di cause ed effetti normalissimi.
Sin dall'infanzia mi feci notare per la mia indole docile e umana. La mia tenerezza di cuore era anzi così spinta da fare di me lo zimbello dei miei compagni. Avevo un particolare attaccamento per gli animali, e i miei genitori mi assecondavano regalandomi una gran quantità di bestiole addomesticate. Con queste passavo la maggior parte del mio tempo, e non ero mai così felice come quando le cibavo o accarezzavo. Questo tratto peculiare del mio carattere andò crescendo in me col crescere della mia persona, e giunto che fui a virilità divenne per me una delle principali fonti di piacere. A chi abbia nutrito affetto per un cane fedele e sagace, non ho certo bisogno di affannarmi a spiegare natura o intensità della soddisfazione così procurabile. Nell'amore disinteressato e generoso di una bestia c'è qualcosa che va diritto al cuore di chi ha avuto frequenti occasioni di mettere alla prova la dozzinale amicizia e labile fedeltà del semplice UOMO. Io mi sposai presto, e fui lieto di trovare in mia moglie un'indole non aliena dalla mia. Osservando la mia predilezione per gli animali da casa e da salotto, non perdeva occasione di procurarmi quelli delle specie più piacevoli. Avemmo così uccelli, pesci dorati, un cane di razza, conigli, una scimmietta e un GATTO. Quest'ultimo era un animale di notevoli proporzioni e bellezza, tutto nero e dotato di intelligenza sbalorditiva. A tale proposito, mia moglie, incline in cuor suo alla superstizione, faceva continue allusioni all'inveterata credenza popolare che considera tutti i gatti neri streghe travestite. Non che prendesse mai tale idea SUL SERIO, e se io ne parlo adesso è soltanto perché mi è capitato di ricordarmene.
Pluto - era questo il nome del gatto - era il mio animaletto favorito e compagno di giochi. Io solo gli davo da mangiare, e lui mi seguiva dovunque mi recassi in casa. A stento anzi riuscivo ad impedirgli di seguirmi per le strade.
In questo modo la nostra amicizia durò parecchi anni, durante i quali (e arrossisco al confessarlo) temperamento e carattere ebbero a subire in me - sotto l'azione del Dèmone Intemperanza - un radicale peggioramento. Di giorno in giorno mi facevo più lunatico, più irritabile, più irriguardoso per i sentimenti degli altri. Mi lasciavo andare a espressioni scorrette verso mia moglie; e finii per usarle violenza materiale. Naturalmente i miei favoriti risentirono del mutamento d'animo: poiché non soltanto li trascuravo, ma li maltrattavo. Per Pluto però serbavo ancora tanto riguardo da frenarmi in fatto di maltrattamenti, mentre non mi facevo scrupolo alcuno di maltrattare i conigli, la scimmia o anche il cane quando il caso o l'affetto me li mettevano tra i piedi.
Ma la mia malattia si aggravò - quale mai malattia è pari all'Alcool? - e infine anche Pluto, che invecchiando si andava facendo un po' petulante, anche Pluto cominciò a provare gli effetti del mio malumore.
Una sera, rincasando in preda a forte ubriachezza da uno dei locali che frequentavo in città, credetti di notare che il gatto mi evitava. Lo afferrai; e allora, spaventato della mia violenza, esso mi ferì lievemente alla mano con un morso. Si impadronì subito di me una furia demoniaca. Non mi riconoscevo più. Sembrava che l'anima mia originaria fosse fuggita via dal corpo; e una malignità più che diabolica, accesa dal gin, mi fece vibrare in ogni fibra. Estrassi un temperino dal taschino del panciotto, lo aprii, ghermii la povera bestiola per la gola e con la lama deliberatamente le cavai un occhio dall'orbita!
Arrossisco, brucio, rabbrividisco al mettere per iscritto quest'infame atrocità.
Quando la ragione ritornò al mattino - svaporati nel sonno i fumi dell'orgia notturna - provai un senso misto d'orrore e rimorso per il delitto di cui mi ero macchiato; ma era tutt'al più un sentimento debole ed equivoco, e l'anima non ne fu sfiorata. Di nuovo mi buttai agli eccessi, e ben presto affogai nel vino ogni ricordo del mio atto.
Frattanto il gatto pian piano guarì. L'orbita vuota del suo occhio, è vero, era spaventosa a vedersi, ma ogni dolore fisico sembrava scomparso. L'animale girava per casa come al solito, ma logicamente fuggiva terrorizzato al mio avvicinarsi. Tanto mi rimaneva ancora dell'antico cuore, che a tutta prima mi afflisse questa evidente antipatia da parte di una creatura che mi aveva voluto così bene. Ma questo sentimento cedette ben presto all'irritazione. E poi, quasi a mia definitiva e irrevocabile rovina, sopraggiunse lo spirito della PERVERSITA'. Di questo spirito la filosofia non tiene conto alcuno. Eppure, quanto sono certo che l'anima mia vive, sono sicuro che la perversità sia fra gli impulsi primitivi del cuore umano una delle invisibili facoltà primarie, o sentimenti, che imprimono un indirizzo al carattere dell'Uomo. A chi mai non è capitato cento volte di commettere un'azione vile o insulsa per la sola ragione che sapeva di NON doverla commettere? Non abbiamo noi la perpetua inclinazione, a dispetto del nostro miglior giudizio, di violare ciò che è LEGGE solo perché tale la riconosciamo? Questo spirito di perversità, dico, venne a rovinarmi per sempre. Fu questa insondabile brama dell'anima di DANNEGGIARE SE STESSA, di far violenza alla propria natura, di commettere il male per il male, che mi spinse a continuare e poi portare a compimento la tortura da me inflitta alla bestiola innocente.
Una mattina, a sangue freddo, le infilai un cappio al collo e la impiccai a un ramo d'albero; la impiccai con gli occhi pieni di lacrime e col più amaro rimorso in cuore, la impiccai PERCHE' sapevo che non mi aveva fatto nulla di male; la impiccai PERCHE', sapevo che così facendo commettevo un peccato, un peccato mortale che avrebbe compromesso l'anima mia indistruttibile fino al punto di porla - se ciò fosse possibile - fin oltre la portata dell'infinita misericordia del Dio di pietà e terrore.
La notte della giornata in cui commisi quest'atto crudele, mi svegliò dal sonno il grido: "Al fuoco!". I tendaggi del mio letto erano in fiamme. La casa divampava tutta. Fu a stento che mia moglie, una domestica ed io sfuggimmo all'incendio. La distruzione fu completa. Tutta la mia sostanza fu divorata, e da allora in poi mi rassegnai alla disperazione. Io sono superiore alla debolezza di voler assodare una susseguenza di causa ed effetto fra il disastro e l'atrocità. Ma ora sto specificando una catena di fatti, e non voglio trascurarne possibilmente nemmeno un anello.
All'indomani dell'incendio, perlustrai le macerie. I muri, a eccezione di uno solo, erano crollati; e tale eccezione consisteva in un muro divisorio, non molto spesso, che sorgeva circa nel mezzo della casa. Contro di esso poggiava a suo tempo la testata del mio letto; e qui l'intonaco resistette in gran parte all'azione del fuoco, fatto che attribuii alla data recente in cui era stato tinteggiato. Intorno a questo muro si era radunata una fitta folla, e molte persone mostravano di esaminarne una certa parte con attenzione minuta e assai intensa. Le parole "strano!", "singolare!" e altre del genere eccitarono la mia curiosità. Mi avvicinai e vidi, quasi scolpita a bassorilievo sulla bianca superficie, la figura di un gigantesco GATTO. L'impressione era così precisa che aveva del meraviglioso. L'animale aveva una corda al collo.
Al primo scorgere quest'apparizione - poiché non potevo considerarla da meno - meraviglia e terrore furono in me estremi. Ma infine la riflessione mi venne in aiuto. Il gatto, ricordai, era stato impiccato in un giardino adiacente alla casa. All'allarme dell'incendio, questo giardino era stato subito invaso dalla folla e alcuni dei suoi componenti dovevano aver staccato l'animale dall'albero per gettarlo, attraverso una finestra aperta, in camera mia. Questo, probabilmente, per svegliare me. Il crollo di altri muri aveva spiaccicato la vittima della mia crudeltà contro la parete, sino a impregnarne l'intonaco fresco; e poi la calcina sotto l'azione delle fiamme, combinata con l'ammoniaca della carogna, aveva creato l'effige come la vidi io.
Sebbene così spiegassi prontamente alla mia ragione, se non proprio alla mia coscienza, lo strabiliante fatto appena descritto, esso non mancò di fare profonda impressione alla mia fantasia. Per mesi e mesi non potei liberarmi del fantasma del gatto; e in questo periodo riaffiorò nel mio spirito un sentimento che sembrava, e non era, rimorso. Giunsi a rimpiangere la perdita dell'animaletto, e a guardarmi intorno, nei locali innominabili che ora abitualmente frequentavo, per cercarne un altro della sua stessa specie, e di aspetto più o meno simile, con cui sostituirlo.
Una sera, mentre sedevo mezzo intontito in una sentina d'infamia, la mia attenzione fu improvvisamente attirata da un certo oggetto nero, adagiato in cima a una delle immense botti di gin e rum che costituivano la mobilia quasi esclusiva del locale. Da vari minuti fissavo la cima di questa botte, e la mia sorpresa scaturì dal fatto che non avessi scorto prima l'oggetto sovrastante. Mi accostai e lo toccai. Era un gatto nero molto grosso; grosso quanto Pluto, e a lui somigliantissimo per ogni verso, tranne uno. Pluto non aveva un solo pelo bianco; ma questo gatto aveva una estesa benché indefinita chiazza bianca che gli copriva quasi per intero il petto.
Al contatto della mia mano, esso subito si alzò, facendo sonoramente le fusa, mi si soffregò contro, e apparve arcicontento della mia attenzione. Era dunque proprio questa la creatura di cui andavo in cerca. Proposi subito l'acquisto al padrone del locale, ma costui non rivendicò alcun diritto - non ne sapeva nulla - non l'aveva mai visto prima. Io continuai a far carezze, e quando mi accinsi a rincasare l'animale si mostrò desideroso di accompagnarmi. Glielo permisi senz'altro; e ogni tanto mi chinavo a coccolarlo strada facendo. Quando esso raggiunse la casa, vi si ambientò subito, e divenne là per là un grande favorito di mia moglie. Per parte mia, mi sentii ben presto nascere antipatia nei suoi riguardi. Era proprio l'inverso di quanto avevo previsto; ma - non so come o perché avvenisse - il suo evidente affetto per me non faceva che disgustarmi e seccarmi.
A poco a poco, questi sentimenti ostili assursero all'asprezza dell'odio. Mi diedi a evitare l'animaletto; un certo senso di vergogna e il ricordo del mio precedente atto di crudeltà mi impedivano di fargli del male fisico. Per varie settimane mi astenni dal colpirlo o arrecargli comunque violenza; ma a lenti gradi - insensibilmente - giunsi a considerarlo con aborrimento inesprimibile e a fuggirne in silenzio l'odiosa presenza, come un fiato di peste. Ciò che senza dubbio rinfocolò in me l'odio per la bestiola fu il fatto di scoprire, la mattina dopo che l'ebbi portato a casa, che al pari di Pluto anch'essa era stata privata di un occhio. Tuttavia tale circostanza non fece altro che renderla più cara a mia moglie, la quale, come ho già detto, possedeva ad alto grado quell'umanità di sentimenti che era stata una volta il mio tratto caratteristico, e mi aveva procurato i piaceri più semplici e puri.
Ma con la mia avversione per questo gatto sembrava aumentare di pari passo la sua predilezione per me. Seguiva i miei passi con una tenacia che sarebbe arduo far comprendere al lettore. Dovunque sedessi, si accoccolava sotto la mia sedia o mi saltava sulle ginocchia, coprendomi delle sue aborrite carezze. Se mi alzavo per camminare, mi si metteva tra i piedi rischiando così di farmi ruzzolare, oppure mi piantava nel vestito gli artigli lunghi e aguzzi per arrampicarmisi sul petto. E allora, pur sentendo la voglia di ucciderlo sul colpo, mi trattenevo dal farlo, in parte per il ricordo del mio vecchio crimine, ma soprattutto - sarò sincero - per un'invincibile PAURA che la bestia mi incuteva. Non era proprio una paura di mali fisici: eppure non saprei altrimenti come definirla.
Quasi mi vergogno di ammettere, sì, anche in questa cella da criminale, mi vergogno quasi di ammetterlo che il terrore e l'orrore suscitati in me dall'animale avevano trovato incentivo in una delle più folli chimere immaginabili. Più di una volta mia moglie aveva richiamato la mia attenzione sul carattere della chiazza di peli bianchi di cui ho parlato, e che costituiva l'unica differenza visibile fra la strana bestia e quella da me massacrata. Il lettore ricorderà che questa chiazza, sebbene estesa, era in origine assai indefinita; ma passo passo - a gradi quasi impercettibili, che per molto tempo la mia ragione si adoperò a respingere come fantasia bizzarra - aveva finito per assumere una rigorosa nettezza di contorni. Era adesso la raffigurazione di un oggetto che rabbrividisco a nominare - e per questo soprattutto aborrivo e temevo il mostro, e me ne sarei sbarazzato SE AVESSI OSATO - era adesso, dico, l'immagine di una cosa orrenda, malaugurata: della FORCA!
Oh, luttuoso e terribile meccanismo di Orrore e Delitto, di Agonia e Morte! E ora davvero ero disperato di una disperazione che la semplice Umanità non conosce. Ed era UN ESSERE BRUTO a ordirmi: a ME, uomo fatto a immagine di Dio, tanto insopportabile affanno! Ahimè! né di giorno né di notte conobbi più la benedizione del riposo! Di giorno l'animale non mi lasciava solo un momento, e di notte mi svegliavo di soprassalto da sogni di indicibile paura per trovarmi sulla faccia l'alito caldo della bestia, e il suo gran peso, un incubo incarnato che non mi potevo scuotere di dosso, gravante per sempre sul MIO CUORE. Sotto la pressione di tormenti come questi, il fioco residuo di bene che avevo in me finì per soccombere. Pensieri malvagi divennero i soli abitatori della mia intimità; i più neri e malvagi. Il mio temperamento già così lunatico si acuì fino a odiare tutto e tutti; mentre i repentini, frequenti e incontrollabili scoppi di una furia alla quale mi abbandonavo ora ciecamente trovavano, ahimè, in mia moglie, aliena com'era da lamentele, la vittima più consueta e paziente.
Un giorno essa mi accompagnò, per qualche faccenda domestica, nella cantina del vecchio edificio che la povertà ci costringeva ad abitare. Il gatto mi seguì per le ripide scale, e facendomi quasi capitombolare mi esasperò fino alla follia. Brandendo alta un'ascia, e scordando nella collera il timore infantile che mi aveva finora fermato la mano, vibrai all'animaletto un colpo che certo gli sarebbe risultato istantaneamente fatale se fosse calato come volevo io. Ma questo colpo fu arrestato dalla mano di mia moglie. Aizzato dalla sua interferenza a una rabbia più che demoniaca, liberai il braccio dalla sua presa e le affondai l'ascia nel cervello. Cadde morta sul posto senza un gemito.
Compiuto questo orribile assassinio, mi accinsi seduta stante, e con piena coscienza, all'impresa di occultare il cadavere. Sapevo bene di non poterlo asportare dalla casa, di giorno o di notte, senza il rischio di essere osservato dai vicini. Molti disegni mi affollarono la mente. A un dato momento pensai di tagliare il cadavere in minuti pezzi e distruggerli col fuoco. Poi invece decisi di scavargli una tomba nel pavimento della cantina. Ancora, ventilai tra me e me l'idea di gettarlo nel pozzo del cortile, di imballarlo in una cassa come fosse una merce qualsiasi, con le solite formalità, e chiamare un facchino che lo portasse via. Infine mi balenò un espediente che consideravo molto migliore di questi. Decisi di murarlo in cantina, come si vuole che i monaci medioevali murassero le loro vittime.
A uno scopo simile la cantina si prestava benissimo. Aveva muri poco compatti, e il rozzo intonaco di cui erano stati recentemente spalmati da cima a fondo non aveva potuto indurirsi per via dell'atmosfera umida. Inoltre una parete presentava una sporgenza, dovuta a un falso camino o focolare, che era stata riempita così da assomigliare al resto della cantina. Non dubitai minimamente di poter smuovere i mattoni in questo punto per poi inserirvi il cadavere e murare tutto come prima in modo che occhio umano non riuscisse a scoprirvi indizio alcuno. E in tale calcolo non mi ingannavo.
Mediante una grossa sbarra di ferro sloggiai facilmente i mattoni, e deposto attentamente il corpo contro la parete interna ve lo rizzai in tale posizione, mentre con poca fatica rimisi tutto a posto come prima. Procuratomi un po' di calcina, sabbia e pelo, con ogni precauzione possibile, preparai un intonaco indistinguibile dal vecchio, e con esso diedi una passata meticolosa all'ammattonato nuovo. Quand'ebbi finito, mi sentii sicuro che tutto andava bene. Il muro non dava il minimo segno di ritocco. La spazzatura fu raccolta da terra con la massima cura possibile. Mi guardai attorno con aria trionfante, e mi dissi: "Qui almeno la mia fatica non è stata vana".
Il passo successivo fu di cercare la bestia che aveva provocato tanta malvagità; poiché mi ero infine fermamente deciso a metterla a morte. Se avessi potuto incontrarla al momento, sul suo destino non avrebbero potuto esserci dubbi; ma a quanto pareva lo scaltro animale si era allarmato della mia violenta collera precedente, e con l'umore che avevo adesso si guardava bene dal farsi vivo. Impossibile descrivere o immaginare il profondo, beato senso di sollievo che l'assenza dell'odiato animale mi suscitò in petto. Non comparve durante la notte e così per una notte almeno, dacché era entrato in casa, io dormii saporitamente e tranquillo; sì, DORMII pur col fardello dell'omicidio sull'anima.
Passarono il secondo giorno e il terzo, e ancora non si vedeva il mio tormentatore. Ancora una volta respirai da uomo libero. Il mostro, terrorizzato, era fuggito per sempre da casa mia! Non l'avrei rivisto più! La mia felicità era suprema! Ben poco mi turbava la colpa del mio misfatto. Si erano fatte alcune indagini, ma avevano ricevuto pronta risposta. Era stata predisposta anche una perquisizione, ma naturalmente nulla si poteva scoprire. Guardai alla mia felicità futura come cosa assicurata. Il quarto giorno dell'assassinio, venne in casa senza preavviso una squadra di poliziotti, che procedettero a una nuova rigorosa investigazione dei locali.
Sicuro però dell'introvabile nascondiglio che avevo prescelto, non provavo il minimo imbarazzo. I funzionari mi ordinarono di accompagnarli nella perquisizione. Non lasciarono inesplorato nessuna nicchia o angolo. Finalmente, per la terza o quarta volta, scesero in cantina. In me non tremava un muscolo. Il cuore mi batteva calmo come quello di chi dorma un sonno innocente. Percorsi la cantina da un capo all'altro. Mi ripiegai le braccia sul petto, e girellai disinvolto. Quelli della polizia erano più che convinti, e si disposero ad andarsene. La gioia era troppo forte perché potessi contenerla. Smaniavo dalla voglia di dire almeno una parola, in segno di trionfo, e raddoppiare in loro la certezza della mia innocenza.
"Signori," dissi alfine, mentre il gruppo risaliva le scale, "sono felice di aver placato i vostri sospetti. Vi auguro salute e un po' più di cortesia. Tra parentesi, signori miei, questa, questa è una casa molto ben costruita," (nella smania di buttar là parole disinvolte, non sapevo quasi che cosa dicessi), "direi anzi una casa costruita in maniera ECCELLENTE. Questi muri - ve ne andate, signori? - questi muri sono solidamente fabbricati"; e qui, per pura frenesia di fare una bravata, picchiai forte con un bastone che avevo in mano proprio su quella parte dell'ammattonato che dietro di sé celava il cadavere della mia povera moglie. Ma possa Iddio proteggermi e salvarmi dalle zanne dell'Arcidiavolo! Il riverbero dei miei colpi si era appena smorzato, che mi rispose una voce dall'interno della tomba; con un grido dapprima attutito e rotto come il singhiozzo di un bimbo, e poi rapidamente acuito fino a diventare un lungo urlo sonoro e ininterrotto, assolutamente anomalo e inumano: un ululato, un grido lamentoso, metà d'orrore e metà di trionfo, come avrebbe potuto sorgere solo dall'inferno, dalle gole dei dannati nel loro spasimo congiunto all'esultanza dei demoni. Dei miei pensieri è follia parlare. Svenendo, barcollai per andare ad appoggiarmi alla parete opposta.
Per un attimo il gruppo di poliziotti sulla scala rimase immobile, in preda a estremo, sacro terrore. Subito dopo una dozzina di braccia vigorose lavoravano al muro, che cadde di schianto. Il cadavere, già putrefatto in gran parte e incrostato di sangue rappreso, apparve eretto agli occhi degli spettatori. Sulla testa, le rosse fauci spalancate e l'occhio singolo in fiamme, si appollaiava la bestia orrenda che con le sue arti mi aveva sedotto all'assassinio e, con la sua voce accusatrice, consegnato al boia.
Avevo murato vivo il mostro nella tomba.
news da gerusalemme
Shmuel Elgrabli, media director of the Light Rail Project in Jerusalem, explained to this reporter exactly what is happening now. Twelve parts of the bridge arrived recently from Koor Metals in the Haifa Bay area. These sections are being assembled on the ground, and Elgrabli said that with police permission they will soon be lifted by crane onto the yellow metal supports. The first section is 20 meters long, and the work will soon be extended in the directions of Jaffa Road and Sderot Herzl. The gray curved section that will carry the railway track is obviously too low on the ground to permit the passage of high vehicles - not least the double-decker bus used on the 99 city sightseeing tour - but it will soon be raised to its final height. The yellow supports will then be removed. Elgrabli said that later a 118-meter-high pole will be erected, with 66 cables, each one 50 millimeters wide. These will be constructed by an Italian firm, of special steel to carry the entire weight of the bridge. The entire structure has been designed in accordance with the strictest safety standards - both Israeli and international - as far as earthquakes are concerned. Asked whether the wind would cause a lot of noise through the cables, Elgrabli said he was not aware of any such problem. This bridge is the first of its kind in Israel. The major construction work will be done only at night, over a period of about six or seven months, although Elgrabli said he wasn't working with a stopwatch. During special installations the city entrance will be closed at night and traffic will be diverted. from: www.jpost.com




